MICHELE, volontario

Una sera alla settimana, ogni settimana, dopo aver cenato con la sua famiglia Michele prende una borsa con pigiama, spazzolino e sacco a pelo e saluta la moglie e i figli. Va a passare la notte in un dormitorio gestito da Caritas, dove è volontario da ormai dieci anni. “Quando arrivo il dormitorio è già aperto. Di solito chiacchiero un po' con gli ospiti, oppure gioco con loro a carte. Poi si fa la doccia e si va a dormire”, ci ha detto.

“Il volontariato è un dare, anche per i figli, perché la portata educativa di un'esperienza di questo tipo è grande.”

“In generale sono uno che ascolta molto e parla poco, dunque non faccio domande ma sono sempre disponibile se qualcuno vuole parlare con me. Si tende a mantenere un certo distacco, anche se a volte è difficile: mi è capitato di affezionarmi ad alcune persone e non è stato semplice nasconderlo”. All'inizio Michele pensava che il tempo passato a fare del volontariato, per quanto fosse una cosa buona, sarebbe stato “un togliere” alla famiglia, “invece è un dare, anche per i figli, perché la portata educativa di un'esperienza di questo tipo è grande”.

GIULIA, volontaria

“Penso che ogni persona viva un po' all'interno della propria bolla, e che uscirne, almeno ogni tanto, sia molto utile”, ci ha detto Giulia, che è in quinta liceo e quest'estate ha scelto di lavorare come volontaria in Caritas. “L'ho fatto per tanti motivi, ma soprattutto perché l'anno prossimo mi iscriverò a psicologia e mi interessava molto capire come funziona il mondo del sociale."

“Penso che ogni persona viva un po' all'interno della propria bolla, e che uscirne, almeno ogni tanto, sia molto utile”

"Avevo già fatto esperienze nelle scuole e in uno studio di logopedia, e questo periodo in Caritas mi è servito per scoprire nuove cose e fare pratica in un campo che conoscevo solo «teoricamente». Ho utilizzato molto anche i tempi morti per chiacchierare con le persone e farmi raccontare le loro storie”.

GIUSI, studentessa

"Sono venuta a sapere della possibilità di fare l'alternanza scuola-lavoro in Caritas da Tecla, una mia compagna", ci ha spiegato Giusi, che ha 18 anni e studia al liceo Secco-Suardo. "Così ho pensato: proviamo. L'esperienza è durata due settimane, ed è stata molto varia: ho fatto volontariato in mensa, aiutato nello smistamento dei vestiti usati, partecipato al doposcuola della Fabbrica dei Sogni e alle attività del campo sinti di Romano di Lombardia".

"In queste due settimane ho conosciuto persone simpatiche, interessanti, attaccate alla vita, positive, ironiche."

"E poi ho passato un'intera settimana a Casa Raphael, un centro di assistenza per persone affette da HIV. Lì ho conosciuto persone simpatiche, interessanti, attaccate alla vita, positive, ironiche. Non me l'aspettavo. In particolare c'era questo ragazzo omosessuale che ci raccontava le sue esperienze facendoci ridere tantissimo. Quest'anno sono in quinta e con gli esami non so se avrò molto tempo, ma sicuramente prima o poi tornerò a fare del volontariato".

IKRAM, studentessa

Ikram ha 19 anni, è in quinta superiore e quest'anno ha scelto di passare il suo periodo di alternanza scuola-lavoro in Caritas. "Nel 2016 l'avevo passato in una biblioteca, ma non m'era piaciuto, mi facevano solo mettere a posto i libri, non c'era nessun contatto umano".

"È stato sorprendente accorgermi che tanti pregiudizi che avevo, soprattutto sugli «zingari», erano sbagliati."

"È stata mia sorella Nisrine a «trascinarmi» qui, e devo dire che è stata tutta un'altra cosa: ho conosciuto gente interessante e scoperto, ad esempio, che tra le persone che vengono alla mensa per i poveri ci sono anche dei laureati. Non me l'aspettavo. È stato sorprendente accorgermi che tanti pregiudizi che avevo, soprattutto sugli «zingari», erano sbagliati".

TECLA, studentessa

"Ho proposto io Caritas come luogo in cui fare esperienza nel periodo dell'alternanza scuola-lavoro", ci ha detto Tecla, che ha 18 anni e studia al liceo Secco-Suardo, "perché conoscevo una persona che lavorava qui". In due settimane Tecla ha esplorato molti mondi: quello dei laboratori per le scuole, Casa S. Michele -una casa-alloggio che offre assistenza a persone affette da HIV, i campi sinti, i doposcuola della Fabbrica dei Sogni, il Centro di Primo Ascolto «Porta dei Cocci».

"È stato molto interessante vedere dall'interno come lavorano le associazioni del terzo settore."

"Sono andata anche alla riunione del tavolo dove c'erano i rappresentanti di varie associazioni che si confrontavano sulle problematiche e sulle azioni da intraprendere, è stato molto interessante vedere dall'interno come lavorano queste realtà. Tra tutte, forse l'esperienza più intensa per me è stata quella del Centro di Primo Ascolto: sentire le storie -anche traumatiche- delle persone che vanno a fare i colloqui è stato molto forte. Ricordo in particolare il momento bello e commovente in cui un signore, una volta terminato un percorso di inserimento, ha avuto la conferma che avrebbe ricevuto un contributo per rifarsi i denti. Era molto felice".

NISRINE, studentessa

"Ho fatto l'alternanza scuola-lavoro in Caritas nell'estate del 2016 e nel 2017", ci ha raccontato Nisrine, che ha 17 anni e nella foto indossa la divisa del Liceo Scientifico Aeronautico Locatelli.

"Questo mondo di gente bisognosa mi sembrava lontano da me, ma ne ero attratta."

"Di mattina arrivavo ed ero accolta dai volontari. Ho dato una mano nel magazzino vestiti e in mensa, e per alcuni pomeriggi siamo anche andati a fare esperienza nei campi sinti, in particolare a Romano di Lombardia. Con alcuni abitanti del campo abbiamo organizzato una gita al Parco delle Cornelle, e siccome ci siamo trovati bene abbiamo creato pure un gruppo Whatsapp per rimanere in contatto. Prima di conoscerli mi aspettavo che «gli zingari» fossero molto più chiusi e scontrosi, invece tutt'altro. Mi piacerebbe continuare a fare volontariato qui, ma dopo la maturità partirò per Londra per studiare ingegneria. Vorrei diventare pilota d'aerei".

ANNAROSA, volontaria

"Ho 70 anni. Quando abbiamo aperto, 14 anni fa, ero un po' più giovane", ci dice sorridendo Annarosa, coordinatrice del Centro "In ascolto" della Parrocchia di Sant'Anna. "Siamo partiti che eravamo tutti sui 55-60, purtroppo è difficile coinvolgere persone «meno attempate» perché di giorno lavorano, ora anche nelle coppie è quasi sempre necessario che tutte due le persone portino a casa uno stipendio". Annarosa racconta gli inizi del Centro: "Eravamo partiti con l'intento di essere «l'ascolto ai problemi delle persone e delle famiglie», una sorta di antenna dei bisogni del quartiere. Non distribuivamo alimenti o vestiti, offrivamo ascolto e sostegno. Poi è arrivata la crisi, e abbiamo iniziato a ricevere richieste di famiglie che facevano fatica a pagare la spesa, le utenze, l'affitto".

"All'inizio non distribuivamo alimenti o vestiti, offrivamo ascolto e sostegno. Poi è arrivata la crisi."

"Abbiamo dovuto chiedere anche noi aiuti al Comune e ad alcune fondazioni, e per raccogliere fondi abbiamo iniziato a organizzare dei mercatini solidali. La risposta del quartiere è stata molto forte. Nel tempo ci siamo strutturati e abbiamo iniziato a lavorare su progetti come il «Paniere della solidarietà», che aiuta le famiglie non solo sostenendo le spese alimentari e le le utenze, ma anche le spese mediche come quelle per il ticket, per gli occhiali da vista, per le cure dentali". Un altro progetto, "Famiglia sostiene famiglia", ha coinvolto alcune famiglie della zona che, attraverso un rapporto diretto o tramite il Centro, contribuiscono regolarmente al sostegno di altre famiglie meno fortunate.

"Lo scopo non è solo quello di offrire un sostegno momentaneo. Per noi è importantissimo che cammin facendo emerga l'aspetto educativo."

E poi ci sono i piccoli aiuti quotidiani, come quello del pane donato ogni sera dal panificio Vanotti, che la mattina successiva viene distribuito alle persone che ne fanno richiesta anche se non sono registrate come utenti del Centro, e i progetti “Colazione e non solo” e “Caffè sospeso solidale”, che permettono alle persone senza dimora di fare colazione e ricevere alcuni prodotti per l’igiene personale. "Lo scopo", precisa Annarosa, "non è solo quello di offrire un sostegno momentaneo. Per noi è importantissimo che cammin facendo emerga l'aspetto educativo, e che queste persone escano dal bisogno trovando anche solo un piccolo lavoro. Nel periodo del «boom delle badanti» siamo arrivati a inserire lavorativamente 60 persone all'anno". Annarosa tiene a sottolineare quanto sia fondamentale il momento in cui, il lunedì, tutti i volontari del centro si ritrovano per un momento organizzativo ma anche di riflessione e preghiera: "Non potremmo farne a meno, per ovvi motivi pratici ma anche perché la condivisione è un collante potentissimo per il nostro gruppo. Siamo persone di una «certa età» -i due volontari storici, Edoardo e Angela, hanno 83 e 81 anni- e il nostro lavoro qui oltre a fare del bene agli altri fa bene anche a noi".

ANGELO, volontario di servizio civile

“L'anno scorso sono venuto a Sarnico per la prima volta. Mio zio vive lì, lavora in una cooperativa sociale, Il battello, che si occupa di disabilità. Mi ha chiesto se volevo fare il servizio civile da loro e io ho detto sì: così, da Catania, mi sono ritrovato qui”. Angelo, che ha 21 anni e ha terminato il periodo di servizio civile a maggio, si è occupato soprattutto dell'assistenza a ragazzi disabili: “Il venerdì li accompagnavo in palestra, dove fanno tapis-roulant e zumba. Martedì invece li seguivo nella casa di riposo. Insieme abbiamo fatto anche uno spettacolo -io ho aiutato il regista con i suoni e le luci. Il titolo è Ri-scatti: parla di un ragazzo che per un motivo o per l'altro non riesce mai a farsi una foto, ovviamente lo scopo era quello di divertirsi insieme ma anche di dare ai ragazzi ospiti della casa di riposo l'opportunità di «riscattarsi» attraverso il teatro”.

"Mio zio mi ha chiesto se volevo fare il servizio civile nella cooperativa sociale dove lavora e io ho detto sì: così, da Catania, mi sono ritrovato qui."

L'unica cosa che durante il servizio civile è mancata un po’ ad Angelo “è la compagnia. Ho conosciuto gli altri ragazzi che hanno fatto il servizio civile con Caritas e siamo diventati amici, ma Bergamo è lontana da Sarnico. Io ho la patente -guidavo anche il pullmino a nove posti con cui portavo in giro i ragazzi disabili- il problema è che non ho la macchina!”.

GAIA, studentessa

"Non avevo mai fatto volontariato, per me era una novità assoluta", ci ha detto Gaia, che ha diciotto anni, studia scienze umane al liceo Secco Suardo e durante lo scorso anno scolastico ha scelto di fare l'alternanza scuola-lavoro in Caritas.

"Non avevo mai fatto volontariato, per me era una novità assoluta."

"Ho esplorato diverse realtà: Casa Raphael, una casa di cura per persone malate di AIDS, il centro di smistamento vestiti, la mensa, il campo sinti di Romano di Lombardia, dove abbiamo chiacchierato a lungo con gli abitanti perché eravamo curiose di sapere come funziona la vita nelle roulotte. La cosa che mi è piaciuta di più è stata assistere, per una mattina, ai colloqui del centro d'ascolto. Ho seguito da osservatrice i colloqui di tre persone e scoperto nel giro di poche ore tre mondi diversi".

POTRICA, una fanzine autoprodotta a Vedeseta

“Qui ci sono i libri italiani, qui quelli di autori stranieri, di tutte le nazioni: russi, inglesi, spagnoli, francesi. Abbiamo anche una sezione con libri in lingua inglese e francese, purtroppo non molti. Per averli in prestito basta lasciare il proprio nome”, spiega Osvalda, volontaria e “animatrice culturale” della Val Taleggio (ha collaborato, tra le altre cose, alla realizzazione di due bellissimi libri sulla storia della valle e dei suoi abitanti curati dallo storico Arrigo Arrigoni, scomparso nel 2009). Siamo nella biblioteca di Vedeseta, paesino di 200 abitanti incastonato tra le montagne, forse la prima visitata nella propria vita da Muslam, Naveed, Josef, Scouqat, Charles, Mamadou e da altri ragazzi (e uomini) provenienti principalmente dal Bangladesh, e poi dal Ghana, dal Senegal, dal Pakistan.

Un richiedente asilo esplora gli scaffali della biblioteca di Vedeseta

La visita in biblioteca fa parte di un progetto che ha un nome strano: Potrica. Non è un termine della Val Taleggio ma la parola “rivista” in bangla: i richiedenti asilo residenti a Vedeseta, infatti, per il secondo anno produrranno un “numero speciale” di una fanzine (che porta lo stesso nome, Potrica) che verrà distribuita in paese e anche a Bergamo. Il lavoro è coordinato da Pietro, un volontario di San Pellegrino che ha ideato e proposto il progetto, e da Ilaria, maestra della scuola di italiano. Tra i temi principali di questo secondo numero ci saranno il lavoro e le tradizioni: quelli dei paesi di origine dei ragazzi e anche quelli della valle che li ospita.

Siamo nella biblioteca di Vedeseta, forse la prima visitata nella propria vita da Muslam, Naveed, Josef, Scouqat, Charles, Mamadou


“Ma non solo: infatti”, spiega Pietro, “l'approccio seguito è di tipo «non direttivo», dunque il magazine che ne verrà fuori sarà un prodotto molto libero e aperto a qualsiasi idea. Lo scopo principale è permettere ai ragazzi di esprimersi e comunicare se stessi ai propri «compagni» e all'esterno. E poi c'è anche un aspetto educativo -anche l'incontro di stamattina va in questa direzione- e non ultimo il desiderio di produrre qualcosa che resti, una testimonianza di questa esperienza che per noi è molto significativa”.

Il primo numero di Potrica

I due gruppi che oggi partecipano al lavoro sono costituiti da studenti della scuola di italiano di livello A1 e Alf4, dunque già abbastanza preparati, ma probabilmente alcune parole utilizzate da Osvalda gli sfuggono. Quello che probabilmente non gli sfugge è l'entusiasmo con cui questa signora dedica il suo tempo a introdurli al mondo della biblioteca, costruita con cura e ordine certosini nel corso degli anni. Alcuni di loro iniziano a girare tra gli scaffali e guardare i libri: Muslam è attratto dal titolo “Ero in guerra ma non lo sapevo” (scritto da uno dei figli di Pier Luigi Torregiani, ucciso a Milano durante gli anni di piombo), Naveed decide di prendere in prestito “Il mio primo dizionario illustrato”.

Naveed con "Il mio primo dizionario illustrato"

Usciti dalla biblioteca, si va al piano di sotto, nella Sala Consiliare: al suo interno ci sono quadri di autori bergamaschi (Cremaschi, Bonfanti ed altri) e un ritratto del primo sindaco di Vedeseta, Giuseppe Arrigoni (il cognome è molto comune in paese: anche il sindaco attuale si chiama Arrigoni). “Era il proprietario della casa dove state voi adesso”, dice Osvalda. Abbiamo qualche minuto per curiosare, prima di passare alla “lezione” vera e propria: i richiedenti asilo prendono appunti mentre Osvalda, aiutata da Pietro che fa scorrere le slide, racconta il passato recente della Val Taleggio.

Osvalda racconta la storia di Vedeseta

Si parte dai lavori (il mandriano, “era il più importante lavoro della valle, che è famosa per i suoi formaggi, les fromages, tu comprend?”, il boscaiolo, i lavori di casa), per poi passare agli attrezzi e utensili tradizionali e, infine, alle storie degli abitanti.

"I nostri emigrati potevano prendere un biglietto e viaggiare regolarmente."

“Questa era, ed è tuttora, una terra di migrazione”. Scorrono foto di famiglie di Vedeseta emigrate in Francia, in Canada, in Brasile. C'è anche l'immagine di un transatlantico, “La Provence”, partito da Le Havre agli inizi del '900: “I nostri emigrati potevano prendere un biglietto e viaggiare regolarmente, a patto che in tasca avessero il corrispettivo di circa 50 euro di oggi, perché quando arrivavano a Ellis Island dovevano dimostrare di potersi mantenere almeno per un po' di giorni”.

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