ERIKA, fisioterapista volontaria

“Tutto è iniziato con un’email girata da un collega riguardante questo gruppo di volontari che si stava formando. In quel momento la mia attività era -forzatamente- in pausa e quindi ho detto ‘perché no’”, ci ha raccontato Erika, fisioterapista e volontaria del progetto Abitare la cura, che nei mesi di aprile e maggio 2020 ha messo a disposizione due alberghi per i pazienti ancora positivi al Covid dimessi dagli ospedali. “L’unico dubbio era sulla mia famiglia, ma ne ho parlato con loro e i bambini mi hanno detto ‘Mamma se vuoi andare vai’. Ho fatto parte del primo gruppo che è partito, i primi cinque a entrare all’hotel Winter Garden di Grassobbio, dove erano ricoverati pazienti da poco usciti dalla terapia intensiva. Sul posto abbiamo fatto l’affiancamento con un medico di struttura per l’utilizzo dei DPI e dei vari ambienti, e con l’aiuto dell’ARIR -Associazione Italiana Fisioterapia Respiratoria- abbiamo creato ex novo una sorta di protocollo di trattamento fisioterapico per quelle persone, che soffrivano di una patologia mai vista prima”.

“Il primo impatto devo dire che è stato abbastanza forte: avevamo a che fare con pazienti debilitati fisicamente ma anche psicologicamente.”

“Il primo impatto devo dire che è stato abbastanza forte: avevamo a che fare con pazienti debilitati fisicamente ma anche psicologicamente. Ed erano ancora tutti positivi, quindi un minimo di paura c’era, soprattutto per la famiglia. Però è stato anche bello perché si è creato un gruppo di fisioterapisti molto affiatato: lavoravamo in delle specie di ‘palestrine’ dove facevamo fisioterapia ed esercizi con cinque pazienti alla volta. Questo ogni giorno, per tutti i 120 pazienti della struttura. Per loro era non solo un momento di cura fisica ma anche di ritorno alla socialità e di condivisione di quanto avevano vissuto.
Anche io ho sentito il bisogno di ‘buttare fuori’ le emozioni che stavo provando: ho iniziato a dipingere, uno dei dipinti rappresentava un operatore sanitario con delle girandole colorate al posto degli occhi, perché lo sguardo era l’unica via di contatto umano. Ora quando passo davanti al Winter Garden mi viene un sorriso, perché penso a quello che abbiamo passato lì dentro: è stato un periodo anche molto emozionante, anche se non posso dire che ‘mi manca’”.

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