HASSANE, ex ospite del dormitorio Galgario

“Hassane è sempre stato al Galgario, fin dal primo giorno. Praticamente viveva qui: la sera lo vedevi salire nella sua camera visibilmente ubriaco ma sempre molto tranquillo. Era un tipo timido, riservato, una persona molto dignitosa e composta. Non amava parlare di sé, però quando beveva molto si metteva a cantare «Finché la barca va» di Orietta Berti. A un certo punto era anche riuscito a uscire dall’alcol, e allora «come premio», insieme ad altri due ospiti, era stato assunto dalla cooperativa per occuparsi del tè. C’è ancora una pianta che era stata piantata da loro: facevano del tè alla menta buonissimo”.

“Hassane era un tipo timido, riservato, una persona molto dignitosa e composta.

“È stata una bella parentesi, che è durata per qualche mese. Poi Hassane è risprofondato nell’alcol. Ce lo siamo ritrovati ricoverato ai Riuniti. Dopo poco è morto. Solo allora, cercando i suoi parenti per fare rimpatriare la salma in Marocco, abbiamo scoperto che aveva un fratello in Francia, un signore molto distinto. Le foto che aveva di Hassane risalivano a parecchio tempo prima. Ci ha chiesto di ringraziare tutte le persone che lo avevano aiutato e accolto in questi anni”.

FRANCESCO, coordinatore del dormitorio Galgario

“Sono coordinatore al Galgario da un paio d’anni. Per dieci sono stato operatore: dai 24 ai 33 anni ci ho passato tutti i venerdì notte. Ai tempi il Galgario era un po’ diverso: le persone che venivano qui, che a noi piace chiamare «ospiti» e non «utenti», ci sembravano più «romantiche», forse perché anche noi operatori eravamo molto più giovani. Nel corso degli anni si erano creati dei rapporti straordinari, con loro e anche tra di noi. Ricordo le notti passate a ridere insieme, perché le storie che sentivamo avevano spesso qualcosa di surreale, sembravano racconti di fantasia. Il momento più alto è stato quando 3 «di loro» sono diventati 3 «di noi»: da ospiti a operatori”.

“Il Galgario è uno specchio, anzi un amplificatore, di quello che accade fuori.”

“La cosa forse più stupefacente del Galgario è che è uno specchio, anzi un amplificatore, di quello che accade fuori: sia in positivo che in negativo. Entrando qui puoi capire come sta cambiando il mondo esterno, e in questo momento la sensazione non è molto buona. Però questo fenomeno si può anche contrastare, per esempio lasciando spazio a operatori motivati e giovani, come ai vecchi tempi. E poi il nuovo Galgario sarà molto più «contaminato» di quello vecchio, che apriva alla cittadinanza solo una volta l’anno, per la «cena degli avanzi». Stiamo lavorando perché quest’apertura diventi sempre più la norma, non l’eccezione. Perché uno scambio positivo con l’esterno è una cosa che può fare moltissimo bene a questo luogo”.

BEPPE, ex ospite del dormitorio Galgario

“Beppe era un personaggio pubblico a Bergamo: capelli lunghi, biondi, molto simpatico e brillante, era un tossicodipendente «vecchia scuola». Alcune delle sue storie sono diventate leggendarie, come quando una sera d’inverno arrivò al Galgario pieno di sangue biascicando «Neve di merda», perché era scivolato più volte mentre camminava, o quando un suo amico rubò una macchina dell’ENEL, passò a prendere lui e un’altra persona e i tre vennero fermati dalla Polizia: «Abbiamo detto che eravamo tecnici dell’ENEL ma non ci hanno creduto», ci disse”.

“Beppe era un personaggio pubblico a Bergamo: capelli lunghi, biondi, molto simpatico e brillante.”

“La svolta nella vita di Beppe arrivò quando si fidanzò con una signora molto anziana, che chiamava tutte le sere chiedendo di lui per accertarsi che fosse arrivato e stesse bene. Quando Beppe si stabilì da lei venne tutto entusiasta a dirci «Ragazzi, vado a vivere dalla mia morosa!». Dopo un paio d’anni, però, lei morì, e nel giro di qualche mese anche lui se ne andò. In Malpensata, la zona che Beppe frequentava di più, ci fu un cordoglio collettivo, la sua foto venne persino pubblicata sul gruppo Facebook «Sei della Malpensata se»”.

(Nell’immagine, il letto dove dormiva Beppe.)

ALBERTO, operatore del dormitorio Galgario

“I turni per gli operatori del Galgario sono due: l’accoglienza, dalle 20:30 alle 23:00, in cui bisogna aprire, preparare il tè, i biscotti, pulire, sistemare le docce, controllare l’email eccetera; e la notte, dalle 21:00 alle 8:00. Anche quello della sveglia può essere un momento di tensione, perché un conto è la vita delle persone comuni, che quando si alzano hanno delle cose da fare, un conto è quella di chi ogni giorno vive nel presente più assoluto e ogni mattina deve chiedersi «Dove vado? Cosa faccio? Come sopravvivo?». Parlo di sopravvivenza non tanto fisica, quanto emotiva, perché quello che vedi intorno è una società che ti sbatte continuamente in faccia il tuo «fallimento». Il Galgario è una bolla di tempo e di spazio, con cui gli ospiti hanno un rapporto di amore e odio, perché da un lato protegge, dall’altro impone regole e comportamenti che non sono scelti da loro. Il rischio da evitare è che qualcuno si sieda su questa bolla, non voglia più uscirne e prendersi carico della propria esistenza: per questo non ospitiamo persone per più di 3 mesi di fila”.

“Il Galgario è una bolla di tempo e di spazio, con cui gli ospiti hanno un rapporto di amore e odio.”

Alberto ha 37 anni. Da dieci è operatore al Galgario. “Per me è anche una sorta di aiuto psicoterapeutico gratuito, un continuo lavorare sui miei pregiudizi: mi è capitato moltissime volte di farmi una certa idea di una persona e poi all’improvviso vederne un’altra faccia, anche del tutto opposta, perché ognuno al suo interno è tutto, quello che in un momento sceglie di mostrare all’esterno è solo uno dei tanti sé. Gli assoluti, soprattutto qui dentro, non esistono. Ricordo ancora la prima volta che, nel dormitorio, ho avuto paura: ero qui da pochi mesi e alle 2 di notte in un corridoio ho incrociato una persona che ha minacciato seriamente di farmi a pezzi e seppellirmi in una fossa. Dopo 3 mesi, quando è uscita dal Galgario, ci siamo salutati con una stretta di mano”.

ANDREA, operatore del dormitorio Galgario

“Sono operatore al Galgario da 10 mesi. È iniziato tutto un po’ per caso, dopo una presentazione del progetto nel mio gruppo parrocchiale: si è liberato un posto, poi un altro, e in poco tempo mi sono ritrovato a fare il turno di notte. Il primo impatto è stato bello, non mi vengono altre parole. Mi immaginavo chissà che cosa, pensavo «Chissà com’è la sofferenza delle persone», ma anche se le situazioni sono complicate in realtà alla fine è tutto molto più semplice di quello che sembra”.

“Quando entri qui dentro non devi aspettarti nulla, ogni volta è una cosa diversa, un mondo a parte.”

“Può sembrare stupido ma il mio «aggancio» con gli ospiti sono le sigarette. Ne fumo e ne offro parecchie, e qualche volta me le offrono pure, anzi, quelle sono le volte più belle. Non esiste un argomento di conversazione tipico: si parla di tutto, dalle piccole cose quotidiane ai problemi personali. C’è chi non permette di entrare nella sfera personale e chi invece ti butta in faccia tutto. L’importante è essere sempre disponibili all’ascolto ma senza voler andare per forza a «scavare» nelle loro situazioni.”

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