IBRAHIM, volontario del festival Lo Spirito del Pianeta

 

Ibrahim, 24 anni, è uno dei volontari del festival Lo Spirito del Pianeta. “Sono arrivato in Italia 3 anni fa, dalla Guinea. È la seconda volta che partecipo come volontario al festival: l’anno scorso all’inizio era stato un po’ complicato perché non conoscevo ancora nessuno, ora invece sono tutti amici. Negli ultimi tre anni ho fatto esami per i livelli A2, B1 e B2, ho preso la licenza media, ho lavorato in tre ditte. Quella dove lavoro ora produce macchine per fare caffè, ho un contratto per 6 mesi”.

“Ultimamente faccio fatica a leggere perché nell’occhio destro ho una cicatrice per via della guerra.”

“Sono anche responsabile del gruppo di volontari che seleziona i rifiuti da riciclare nella discarica di Bergamo. E poi sto studiando per diventare meccanico, anche se faccio ultimamente faccio fatica a leggere perché nell’occhio destro ho una cicatrice per via della guerra. In Guinea ho combattuto ‘per la politica’. Ancora non si sa come sarà il futuro perché il presidente attuale, Alpha Condé, vuole cambiare le leggi e rimanere per un terzo mandato. Anche il mio futuro è incerto: non ho ancora ricevuto una risposta alla domanda di asilo. Dovrebbe arrivare nel 2020”.

MATTEO, volontario internazionale

 

Matteo, 20 anni, la scorsa estate ha partecipato a un viaggio di volontariato internazionale con il progetto Giovani per il mondo di Caritas. Destinazione: Bucarest. “Eravamo un gruppo di 24 ragazzi e ragazze, e avevamo già seguito come animatori il CRE del nostro oratorio. All’inizio ci è sembrato strano ritrovarci, a Bucarest, in una situazione che ci sembrava simile: il nostro compito era seguire i bambini che frequentavano il doposcuola della Fondazione Bucarestii Noi, che opera nel quartiere della città che porta lo stesso nome. Presto però sono emerse le differenze: Bucarest è una città con contrapposizioni fortissime, nello stesso isolato puoi trovare grattacieli e baracche, e queste storie così diverse si rispecchiavano in Bucarestii Noi, dove alcuni bambini arrivavano accompagnati dai genitori in Mercedes, altri invece vivevano o avevano vissuto situazioni di povertà ed emarginazione estrema, come un bambino che aveva passato anni in uno squat insieme ai genitori tossicodipendenti”.

“Mi sono rimasti impressi i volti, quasi sempre cupi, delle persone per strada.”

“Ci siamo resi conto che il disagio a volte non è immediatamente visibile, e che la Fondazione Bucarestii Noi, il cui motto è «More colors» stava svolgendo un lavoro fondamentale: quello di creare un nuovo strato sociale unito in una società estremamente frammentata dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Oltre al lavoro con i bambini, mi sono rimasti impressi i volti, quasi sempre cupi, delle persone per strada, e il clima di «sospetto» ereditato dall’epoca comunista. Ricordo una visita a casa di una signora anziana che ci guardava male perché aveva paura che le rubassimo gli oggetti che aveva in casa: alla fine, per fortuna, si è fidata di noi, e ci siamo fatti persino un selfie insieme”.

JAMMEH, volontario del festival Lo Spirito del Pianeta

 

“Sono in Italia dal 2015. Quando ho fatto la richiesta d’asilo avevo 16 anni, ora ne ho 20 e la risposta definitiva non è ancora arrivata. Dicono che arriverà nel 2020”, ci ha raccontato Jammeh, gambiano, uno dei volontari del festival Lo Spirito del Pianeta. “È la seconda volta che ci vado. Cerco di fare più cose possibile perché non mi piace stare in casa. Per esempio stamattina sono andato a fare volontariato con il progetto Triciclo della Cooperativa Ruah, che ricicla rifiuti che altrimenti verrebbero buttati. E oggi pomeriggio andrò alla scuola di italiano. Vorrei iscrivermi appena possibile alla scuola media”.

“La notte non dormo per l’ansia. Anche per questo devo tenermi sempre impegnato.”

“La mia famiglia è in Gambia, ma non la sento da più di un anno, per scelta: pensano che sono matto perché non sono ancora riuscito a mandare loro dei soldi. Loro non hanno terra dove vivono, sono molto poveri, e io sono qui che non posso fare nulla per aiutarli. Quando parlavamo al telefono mi dicevano cose che mi facevano stare male, mi chiudevo nella mia stanza e piangevo. La notte non dormo per l’ansia. Anche per questo devo tenermi sempre impegnato: se faccio cose ho meno tempo per pensare a tutto quello che non va”.

GIORGIA, volontaria internazionale

“Sono venuta a sapere della possibilità di fare un’esperienza di volontariato internazionale con Caritas attraverso il serviziocivilista dell’oratorio di Scanzorosciate”, ci ha raccontato Giorgia, 21 anni. “All’inizio non avendo fatto mai viaggi del genere avevamo –io e gli altri ragazzi del nostro gruppo- un po’ di paura, perché non sapevamo bene cosa aspettarci. Nell’agosto del 2017 siamo arrivati ad Atene: alloggiavamo negli spazi della chiesa armena della città, e di giorno ci occupavamo dei bambini e dei ragazzi ospiti della Neos Kosmos Social House, una casa di accoglienza per famiglie rifugiate.”

“Abbiamo pensato che la nostra aula poteva essere la città.”

Erano quasi tutti bambini siriani, dai 3 ai 15 anni. L’idea iniziale era quella di intrattenerli con attività didattiche «in aula», ma ci siamo resi subito conto che non era possibile: allora abbiamo pensato che la nostra aula poteva essere la città. Le passeggiate con loro erano molto divertenti e anche molto caotiche: c’era chi attraversava col rosso, e ricordo di un bambino che una volta si era fissato sul portare con sé una tartaruga trovata in un parco. Il momento del viaggio che mi ha colpito di più è stato l’incontro con un ragazzo siriano, Elias, che ci ha raccontato l’esperienza della guerra, che aveva vissuto in prima persona. E poi le feste organizzate la sera dalle comunità con cui eravamo in contatto: ogni volta assaggiavamo cibi diversi cucinati da loro, ballavamo insieme e scoprivamo nuovi mondi…”.

PAOLA, volontaria del dormitorio Galgario

“Ho iniziato a fare la volontaria al Galgario per puro caso, dopo aver seguito un corso sulla presenza degli stranieri a Bergamo durante il quale una persona mi aveva chiesto se volevo fare una prova. In quel periodo lavoravo in un ufficio in cui i due possibili argomenti di conversazione con le colleghe erano estetisti e parrucchiere, e avevo bisogno di parlare di altro. Mi è sempre piaciuto viaggiare ed entrare al Galgario è un po’ come fare un viaggio, mi permette di incontrare persone molto diverse da quelle che frequento abitualmente”.

“Entrare al Galgario è un po’ come fare un viaggio.”

“Con gli ospiti non c’è una regola fissa: con alcuni ci si dice solo buongiorno e buonasera, con altri invece si instaurano rapporti che non chiamerei di amicizia ma sicuramente di fiducia reciproca. Il primo ospite che ho conosciuto, la mia prima sera di Galgario, è stato Alvaro. Mi ha detto «Sono agitato», e io gli ho risposto «Beh se sei agitato fai un giro di corsa intorno all’isolato così scarichi». Lui ha iniziato a sbattere la testa contro il muro. Il nostro rapporto, uno dei più belli costruiti negli anni, è iniziato così”.

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