ANNALISA, volontaria del centro di ascolto di Locate

 

“Ho iniziato a fare volontariato nel centro d’ascolto di Locate ormai 20 anni fa. All’inizio, anche se avevo quarant’anni, ero «la piccolina»: le volontarie che mi hanno istruito erano tutte più grandi di me.
Come ogni volontario del nostro centro, non ho una mansione specifica. Faccio un po’ di tutto: ascolto, ma anche smistamento e consegna pacchi. Ogni lunedì arrivo qui alle 15.00, preparo il mio tavolino e, una alla volta, accolgo le persone che si presentano: registro i loro dati, chiedo se e come posso aiutarle. Molte vengono soprattutto per ricevere un sostegno “pratico”, ossia i sacchetti con i viveri che prepariamo quotidianamente, ma spesso la consegna dei viveri diventa un pretesto per iniziare a parlare e, magari, offrire un po’ di conforto”.

“Ogni lunedì arrivo qui alle 15.00, preparo il mio tavolino e, una alla volta, accolgo le persone che si presentano: registro i loro dati, chiedo se e come posso aiutarle.”

“In 20 anni ho visto tanti cambiamenti. Il numero di «utenti» del centro d’ascolto è diminuito, anche perché molte persone se ne sono andate all’estero, soprattutto in Francia, però chi viene ora viene più spesso: sono famiglie che non hanno soldi per comprare da mangiare e ci chiedono cibo regolarmente.
Io ho un negozio, di mestiere faccio la parrucchiera, e mi capita spesso di parlare delle storie che sento con i miei clienti: mi colpisce il fatto che in molti si stupiscono quando vengono a sapere di queste situazioni. Alcuni di loro, quando vengono a pagare, mi lasciano uno o due euro in più, «da dare ai poveri»”.

BEPPE, volontario del centro di ascolto di Curno

 

“Il Centro di Primo Ascolto e Coinvolgimento di Curno è nato nel 2004”, ci ha raccontato Beppe, volontario “storico” del centro. “La ‘spinta’ è arrivata da Don Giancarlo, una persona estremamente disponibile, perché la situazione ‘stava scoppiando’: sempre più persone andavano a bussare alla sua porta per chiedere aiuto, così lui ha chiesto il sostegno della comunità per riuscire a gestire la situazione. Ricordo che all’inizio eravamo in due, io e l’ex assessore ai servizi sociali Claudio Burini, da soli, con a disposizione solo una stanza. Poi nel tempo il centro è diventato quello che è ora.”

“Ricordo che all’inizio eravamo in due, con a disposizione solo una stanza. Poi nel tempo il centro è diventato quello che è ora.”

“Tengo a specificare che il centro è ‘di ascolto’ ma anche ‘di coinvolgimento’, e la parte di coinvolgimento per noi è molto importante: quando una persona viene a chiederci aiuto cerchiamo di coinvolgerla nelle attività del centro, per esempio la distribuzione di pasti agli anziani. È un modo per dare un senso al ‘tempo libero’ e anche per permettere alle persone di mettersi in gioco. È una soddisfazione, quando riusciamo a mettere in pratica questo approccio, vedere le persone non solo sollevate dal proprio disagio, ma anche orgogliose di quello che stanno facendo”.

MIRELLA, volontaria del centro di ascolto di Curno

 

Da 10 anni Mirella, volontaria del centro d’ascolto di Curno, gestisce l’”Armadio del povero”, un progetto per sostenere le famiglie del paese che hanno bisogno di un supporto economico. “Siamo in 8 volontari più una responsabile: ci riuniamo regolarmente per preparare le scatole con i beni di prima necessità da distribuire: latte, zucchero, pasta, marmellata, polpa di pomodoro, formaggio. Ogni scatola è diversa dalle altre perché ogni famiglia è diversa dalle altre: ci sono quelle più numerose, quelle con intolleranze al glutine o ad altri ingredienti, quelle musulmane. Le materie prime arrivano da diverse ‘fonti’: le raccolte del CRE, di San Martino, della scuola materna (i bambini vengono anche a trovarci per vedere come lavoriamo); aiuti della Comunità Europea; e poi famiglie o persone generose che ci conoscono e vengono qui con sacchi pieni di roba”.

“Una volta venivano le ‘famiglie grosse’, in cui il padre di famiglia aveva perso il lavoro, ora vengono anche tanti single.”

“In tutto aiutiamo circa 30 famiglie: il numero è in calo, perché fortunatamente c’è stata un po’ di ripresa economica. Una volta venivano le ‘famiglie grosse’, in cui il padre di famiglia aveva perso il lavoro, ora vengono anche tanti single, persone il cui problema principale non è quello economico: per loro non è sufficiente un aiuto materiale, per questo abbiamo attivato insieme ad altre realtà della zona un ‘tavolo fragilità’. La prima riunione è stata proprio ieri, ed è andata molto bene”.

CLAUDIA, coordinatrice del centro d’ascolto di Curno

 

Claudia, 69 anni, è la coordinatrice del Centro di ascolto di Curno, con cui collabora da sei anni. “Curno è un paese ricco, ma è anche un paese fragile, e nel corso degli anni i problemi che emergono sono diventati sempre più ampi e sfaccettati. Ogni giovedì (tranne l’ultimo del mese, in cui ci riuniamo) riceviamo le persone che vengono al centro. Innanzitutto le ascoltiamo e cerchiamo di dare loro un ‘supporto morale’. E poi in base al tipo di bisogno le indirizziamo verso i progetti più adatti, che prevedono sia un sostegno economico che la partecipazione a dei percorsi, soprattutto per le persone che hanno problemi di dipendenza -da droga, alcol, gioco d’azzardo. Si tratta quasi esclusivamente di persone italiane, che spesso vengono ‘viste male’ in paese. Per questo abbiamo attivato dei ‘patti di volontariato’ con il Comune, che permettono loro di svolgere come volontari attività di pubblica utilità (manutenzione, giardinaggio, distribuzione pasti agli anziani) in cambio del pagamento delle bollette”.

“Curno è un paese ricco, ma è anche un paese fragile.”

“Un altro sostegno che forniamo è quello per il pagamento delle rette della scuola materna: non è solo un supporto economico, ma anche un incentivo a integrarsi nella società, perché la scuola è un luogo di aggregazione anche per i genitori, e soprattutto per le famiglie straniere diventa un’occasione per entrare in contatto con le persone del posto. Sempre per quanto riguarda gli stranieri, come Caritas partecipiamo attivamente al ‘tavolo dell’accoglienza’ del Comune, dove sono accolti 22 richiedenti asilo. Alcuni di loro siamo riusciti ad aiutarli trovando loro dei tirocini in locali della zona, che poi spesso li assumono: presentarsi davanti a un giudice con un contratto di lavoro in alcuni casi aiuta a ottenere un permesso di soggiorno invece di un diniego”.

COMPAGNI DI PASSO: affrontare le difficoltà, camminando insieme

Si parte alle 8.30 dalla sede Caritas. Sul furgone Elena e Lucio, operatori, Oscar, ospite dell’Opera Bonomelli, e Giovanni, ospite del Patronato. Sulla strada verso Fuipiano (Valle Imagna) si aggiungono al gruppo Mohammed, ospite dell’associazione Carcere e Territorio, Susanna, Matteo e Vittoria, volontari del CAI, Sergio, volontario Caritas, e suo figlio Lorenzo di 15 anni (è il 4 settembre e la scuola ancora non è cominciata).
“Oggi arriveremo ai Tre Faggi”, dice Susanna. Il percorso dura circa 2 ore, il dislivello è di 250 metri. Un comune sentiero di “livello escursionistico”, che grazie a “Compagni di passo” diventa un’occasione per portare gli ospiti dei servizi Caritas fuori dalla “bolla” delle strutture, permettendo loro di mettersi alla prova a contatto con nuove persone e ambienti.
Parcheggiamo in una piazzola: Lucio distribuisce scarpe da trekking, borracce e il pranzo al sacco. Ed eccoci in cammino.

L’imbocco del sentiero che porta ai Tre Faggi

“La montagna fa stare bene, quindi perché non usarla per far stare bene anche «i nosti ragazzi»?” Questa è l’idea, molto semplice, alla base di Compagni di passo”, spiega Elena, responsabile del progetto pilota di Caritas che si ispira alle pratiche della “montagnaterapia” e coinvolge, al momento, 7 ospiti e circa 60 volontari della Commissione Impegno Sociale del CAI di Bergamo.

“La montagna fa stare bene, quindi perché non usarla per far stare bene anche «i nosti ragazzi»?”

“Il progetto è partito da poco ma iniziamo già a vedere i primi risultati positivi: a chi partecipa è richiesta puntualità, un po’ di organizzazione, ovviamente, la voglia di camminare in montagna. La «fatica positiva» del cammino è una componente importante del percorso, perché genera relazione e rafforza la stima in se stessi e negli altri. Durante le nostre uscite si cammina tutti insieme, nessuno viene lasciato indietro”.

Elena, operatrice Caritas

Il sentiero si snoda tra piccole radure e aree boschive. Nel corso della camminata viene naturale affiancarsi e scambiare qualche parola: nessuna “confessione personale” forzata, si parla del più e del meno, e durante i tratti in salita le voci si diradano per lasciare spazio al rumore dei respiri. Ogni tanto ci si ferma per una breve pausa o per aspettare qualcuno. Il sole previsto dal meteo non è arrivato, ci ritroviamo invece immersi nella nebbia, cosa che viene però presa con molta allegria.

“Durante i tratti in salita le voci si diradano per lasciare spazio al rumore dei respiri.”

Dopo una breve incertezza sull’ultimo tratto di sentiero da prendere (“I cinghiali hanno fatto un macello quest’anno”, dice Matteo indicando il terreno “rimestato” proprio dove partiva il sentiero) raggiungiamo la destinazione. Ci diamo il cambio nell’andare a guardare il panorama, bellissimo, del fondo valle illuminato dal sole, poi ci sediamo sotto “i tre faggi” per il meritato pranzo al sacco. C’è qualche scambio di panini, ma soprattutto delle tante chiacchiere trattenute durante la salita: si inizia parlando di funghi (le tante “mazze di tamburo” trovate lungo il percorso) e tisane (è meglio quella in bustina al gusto anguria e carcadè portata da Giovanni o quella zenzero e limone “fatta in casa” di Elena?), per arrivare a discorsi impegnativi sul colonialismo e lo sfruttamento delle risorse nei paesi del terzo mondo. Dopo un’oretta ci si incammina di nuovo, questa volta in discesa, e con –finalmente- un po’ di sole.

L’ultimo tratto di salita verso i Tre Faggi

“Siamo contenti di come sta andando il progetto”, racconta Lucio durante la discesa, “Quella di quest’anno è una prova: per iniziare a testare l’idea abbiamo coinvolto persone con un buon livello di inserimento. Speriamo negli anni successivi di poter estendere la «platea» dei fruitori, e magari di organizzare anche delle «uscite speciali» con il CAI. Questa è la nostra prima collaborazione”. Susanna, volontaria del CAI, è d’accordo: “Le passeggiate finora sono state molto piacevoli, sia dal escursionistico -gli «ospiti» della Caritas camminano di buon passo!- che da quello umano, perché abbiamo avuto modo di conoscere persone e storie molto interessanti”.
Ed eccoci di nuovo al furgone. Ci fermiamo a ripercorrere con lo sguardo il percorso che abbiamo fatto: sulla cresta la nebbia è scomparsa, al suo posto un c’è cielo azzurrissimo. “Che dite”, dice qualcuno ridendo, “Risaliamo?”.

Susanna, volontaria CAI, “in vetta”

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