AMINA, serviziocivilista

 

“Da gennaio sto facendo il Servizio Civile con Caritas presso il Centro Meta del Patronato San Vincenzo”, ci ha raccontato Amina, 21 anni. “Il centro permette ai NEET –ragazzi che non studiano né lavorano- di mettersi in gioco per scoprire nuove prospettive e interessi. I laboratori attivi sono moltissimi: da quello del lunedì mattina sulla storia e l’uso dell’argilla per creare oggetti –forse il mio preferito- a quelli di animazione e modellazione 3d, alla prepugilistica –allenamenti di boxe senza contatto fisico e senza ring. I ragazzi arrivano al centro attraverso diversi canali: alcuni tramite la loro scuola, altri su consiglio dei genitori. Sono ragazzi dai 14 ai 22 anni, di tante nazionalità diverse: all’inizio, quando ho deciso di fare il Servizio Civile, non pensavo di trovarmi immersa in una realtà così varia e interessante.”

“All’inizio, quando ho deciso di fare il Servizio Civile, non pensavo di trovarmi immersa in una realtà così varia e interessante.”

“Ogni giorno prendo il bus da Tagliuno –un’ora andata un’ora ritorno- per venire e tornare da Bergamo, ma ne vale la pena: le persone con cui ho a che fare sono praticamente mie coetanee, non le sento come “estranee” o “diverse”, anzi, sono tutti ragazzi normalissimi, o meglio, come tutti, ognuno strano a modo suo. E poi anch’io, che ho la passione della modellazione 3d e del lasercut, al Centro Meta ho trovato modo di esprimermi: a breve potrò tenere un laboratorio grazie all’acquisto da parte del centro di una macchina per il taglio laser”.

CAROLA, serviziocivilista

 

Carola ha 22 anni e sta facendo un anno di Servizio Civile con Caritas. “Lavoro nella residenza per anziani di Torre Boldone. Il mondo degli anziani mi ha sempre interessato: ho studiato infermieristica e avevo già fatto un tirocinio al Gleno; nel Servizio Civile ho visto la possibilità di approfondire l’aspetto della relazione con queste persone, che spesso vengono poco considerate ma in realtà hanno moltissimo «da dare». Basta pensare al valore umano e di testimonianza delle storie che hanno vissuto”.

“Per interagire con queste persone ci vuole tanta pazienza, tanto ascolto, tanta attenzione.”

“All’Istituto Palazzolo mi occupo di animazione, che va dall’accompagnare gli anziani da una parte all’altra della struttura -percorsi in cui, spesso, vengono fuori cose bellissime- ad altre attività come la lettura quotidiana del giornale, i cruciverba, la tombola, i canti popolari, e le attività sensoriali per le persone che non riescono più a esprimersi a parole: laboratori tattili, di ascolto dei profumi e della musica. Per interagire con queste persone ci vuole tanta pazienza, tanto ascolto, tanta attenzione. A volte capire cosa vogliono è complicato, e si fanno continuamente errori. Ma ci sono momenti che ripagano di tutto: mi viene in mente una signora che di solito fa discorsi molto confusi, e che l’altro giorno vedendomi mi ha chiamata per nome. Il fatto che si ricordasse di me mi ha fatto sentire che per lei significo qualcosa”.

ANDREA, volontario internazionale

 

Nell’estate del 2017 Andrea, 29 anni, ha visitato i luoghi del conflitto nei Balcani con il progetto Giovani per il Mondo di Caritas. “Siamo stati a Srebenica, luogo del massacro del ’95. E poi a Sarajevo. Una città che porta ancora i segni della guerra: buchi di proiettile, strisce lasciate dalle schegge delle granate, ma anche musei e memoriali dedicati al conflitto. Abbiamo conosciuto un gruppo di giovani del posto che attraverso diversi progetti cerca di «fare gruppo» tra i ragazzi serbi e bosniaci partendo dallo sport, che in quelle zone non è molto praticato se non a livello professionale. Ma abbiamo incontrato anche persone per cui era impossibile superare il conflitto, come un ragazzo bosniaco il cui padre è stato ucciso da una granata finita dentro casa, o i gruppetti di ragazzi che vedevamo passare in auto facendo il saluto con le tre dita dei nazionalisti serbi.

“Il conflitto è qualcosa che si trasmette di generazione in generazione.”

“Il conflitto è qualcosa che si trasmette di generazione in generazione, perché a casa le persone delle nuove generazioni sentono i racconti dei genitori che hanno visto morti per strada o seppelliti nei giardini perché non era possibile raggiungere un cimitero. Da un lato i bosniaci pensano che i serbi siano il male, dall’altra i serbi che danno la colpa dell’inizio della guerra ai bosniaci, che secondo loro hanno sparato a una sposa durante un matrimonio serbo. Oppure, più semplicemente, negano tutto.”

IBRAHIM, volontario del festival Lo Spirito del Pianeta

 

Ibrahim, 24 anni, è uno dei volontari del festival Lo Spirito del Pianeta. “Sono arrivato in Italia 3 anni fa, dalla Guinea. È la seconda volta che partecipo come volontario al festival: l’anno scorso all’inizio era stato un po’ complicato perché non conoscevo ancora nessuno, ora invece sono tutti amici. Negli ultimi tre anni ho fatto esami per i livelli A2, B1 e B2, ho preso la licenza media, ho lavorato in tre ditte. Quella dove lavoro ora produce macchine per fare caffè, ho un contratto per 6 mesi”.

“Ultimamente faccio fatica a leggere perché nell’occhio destro ho una cicatrice per via della guerra.”

“Sono anche responsabile del gruppo di volontari che seleziona gli oggetti da riciclare per il progetto Triciclo della Cooperativa Ruah. E poi sto studiando per diventare meccanico, anche se ultimamente faccio fatica a leggere perché nell’occhio destro ho una cicatrice per via della guerra. In Guinea ho combattuto ‘per la politica’. Ancora non si sa come sarà il futuro perché il presidente attuale, Alpha Condé, vuole cambiare le leggi e rimanere per un terzo mandato. Anche il mio futuro è incerto: non ho ancora ricevuto una risposta alla domanda di asilo. Dovrebbe arrivare nel 2020”.

MATTEO, volontario internazionale

 

Matteo, 20 anni, la scorsa estate ha partecipato a un viaggio di volontariato internazionale con il progetto Giovani per il mondo di Caritas. Destinazione: Bucarest. “Eravamo un gruppo di 24 ragazzi e ragazze, e avevamo già seguito come animatori il CRE del nostro oratorio. All’inizio ci è sembrato strano ritrovarci, a Bucarest, in una situazione che ci sembrava simile: il nostro compito era seguire i bambini che frequentavano il doposcuola della Fondazione Bucarestii Noi, che opera nel quartiere della città che porta lo stesso nome. Presto però sono emerse le differenze: Bucarest è una città con contrapposizioni fortissime, nello stesso isolato puoi trovare grattacieli e baracche, e queste storie così diverse si rispecchiavano in Bucarestii Noi, dove alcuni bambini arrivavano accompagnati dai genitori in Mercedes, altri invece vivevano o avevano vissuto situazioni di povertà ed emarginazione estrema, come un bambino che aveva passato anni in uno squat insieme ai genitori tossicodipendenti”.

“Mi sono rimasti impressi i volti, quasi sempre cupi, delle persone per strada.”

“Ci siamo resi conto che il disagio a volte non è immediatamente visibile, e che la Fondazione Bucarestii Noi, il cui motto è «More colors» stava svolgendo un lavoro fondamentale: quello di creare un nuovo strato sociale unito in una società estremamente frammentata dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Oltre al lavoro con i bambini, mi sono rimasti impressi i volti, quasi sempre cupi, delle persone per strada, e il clima di «sospetto» ereditato dall’epoca comunista. Ricordo una visita a casa di una signora anziana che ci guardava male perché aveva paura che le rubassimo gli oggetti che aveva in casa: alla fine, per fortuna, si è fidata di noi, e ci siamo fatti persino un selfie insieme”.

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