POTRICA, una fanzine autoprodotta a Vedeseta

“Qui ci sono i libri italiani, qui quelli di autori stranieri, di tutte le nazioni: russi, inglesi, spagnoli, francesi. Abbiamo anche una sezione con libri in lingua inglese e francese, purtroppo non molti. Per averli in prestito basta lasciare il proprio nome”, spiega Osvalda, volontaria e “animatrice culturale” della Val Taleggio (ha collaborato, tra le altre cose, alla realizzazione di due bellissimi libri sulla storia della valle e dei suoi abitanti curati dallo storico Arrigo Arrigoni, scomparso nel 2009). Siamo nella biblioteca di Vedeseta, paesino di 200 abitanti incastonato tra le montagne, forse la prima visitata nella propria vita da Muslam, Naveed, Josef, Scouqat, Charles, Mamadou e da altri ragazzi (e uomini) provenienti principalmente dal Bangladesh, e poi dal Ghana, dal Senegal, dal Pakistan.

Un richiedente asilo esplora gli scaffali della biblioteca di Vedeseta

La visita in biblioteca fa parte di un progetto che ha un nome strano: Potrica. Non è un termine della Val Taleggio ma la parola “rivista” in bangla: i richiedenti asilo residenti a Vedeseta, infatti, per il secondo anno produrranno un “numero speciale” di una fanzine (che porta lo stesso nome, Potrica) che verrà distribuita in paese e anche a Bergamo. Il lavoro è coordinato da Pietro, un volontario di San Pellegrino che ha ideato e proposto il progetto, e da Ilaria, maestra della scuola di italiano. Tra i temi principali di questo secondo numero ci saranno il lavoro e le tradizioni: quelli dei paesi di origine dei ragazzi e anche quelli della valle che li ospita.

Siamo nella biblioteca di Vedeseta, forse la prima visitata nella propria vita da Muslam, Naveed, Josef, Scouqat, Charles, Mamadou

“Ma non solo: infatti”, spiega Pietro, “l’approccio seguito è di tipo «non direttivo», dunque il magazine che ne verrà fuori sarà un prodotto molto libero e aperto a qualsiasi idea. Lo scopo principale è permettere ai ragazzi di esprimersi e comunicare se stessi ai propri «compagni» e all’esterno. E poi c’è anche un aspetto educativo -anche l’incontro di stamattina va in questa direzione- e non ultimo il desiderio di produrre qualcosa che resti, una testimonianza di questa esperienza che per noi è molto significativa”.

Il primo numero di Potrica

I due gruppi che oggi partecipano al lavoro sono costituiti da studenti della scuola di italiano di livello A1 e Alf4, dunque già abbastanza preparati, ma probabilmente alcune parole utilizzate da Osvalda gli sfuggono. Quello che probabilmente non gli sfugge è l’entusiasmo con cui questa signora dedica il suo tempo a introdurli al mondo della biblioteca, costruita con cura e ordine certosini nel corso degli anni. Alcuni di loro iniziano a girare tra gli scaffali e guardare i libri: Muslam è attratto dal titolo “Ero in guerra ma non lo sapevo” (scritto da uno dei figli di Pier Luigi Torregiani, ucciso a Milano durante gli anni di piombo), Naveed decide di prendere in prestito “Il mio primo dizionario illustrato”.

Naveed con “Il mio primo dizionario illustrato”

Usciti dalla biblioteca, si va al piano di sotto, nella Sala Consiliare: al suo interno ci sono quadri di autori bergamaschi (Cremaschi, Bonfanti ed altri) e un ritratto del primo sindaco di Vedeseta, Giuseppe Arrigoni (il cognome è molto comune in paese: anche il sindaco attuale si chiama Arrigoni). “Era il proprietario della casa dove state voi adesso”, dice Osvalda. Abbiamo qualche minuto per curiosare, prima di passare alla “lezione” vera e propria: i richiedenti asilo prendono appunti mentre Osvalda, aiutata da Pietro che fa scorrere le slide, racconta il passato recente della Val Taleggio.

Osvalda racconta la storia di Vedeseta

Si parte dai lavori (il mandriano, “era il più importante lavoro della valle, che è famosa per i suoi formaggi, les fromages, tu comprend?”, il boscaiolo, i lavori di casa), per poi passare agli attrezzi e utensili tradizionali e, infine, alle storie degli abitanti.

“I nostri emigrati potevano prendere un biglietto e viaggiare regolarmente.”

“Questa era, ed è tuttora, una terra di migrazione”. Scorrono foto di famiglie di Vedeseta emigrate in Francia, in Canada, in Brasile. C’è anche l’immagine di un transatlantico, “La Provence”, partito da Le Havre agli inizi del ‘900: “I nostri emigrati potevano prendere un biglietto e viaggiare regolarmente, a patto che in tasca avessero il corrispettivo di circa 50 euro di oggi, perché quando arrivavano a Ellis Island dovevano dimostrare di potersi mantenere almeno per un po’ di giorni”.

PIETRO, educatore e artista

“Mi occupo di educazione e arte, l’arte sociale è sempre stata il focus del mio interesse: ho seguito progetti di questo tipo ad Atene e a Milano”, ci spiega Pietro, che insieme agli ospiti del centro d’accoglienza di Vedeseta da due anni produce una fanzine, Potrica (non è un termine locale ma vuol dire “rivista” in Bangla), che viene distribuita in paese e da quest’anno si potrà leggere anche a Bergamo. “Il magazine è un contenitore molto libero di testi e immagini, raccolti o prodotti dagli ospiti. Lo scopo è quello di incentivare i ragazzi a condividere e raccontarsi in libertà, senza la pressione della preparazione al colloquio con la Commissione“.

“Lo scopo è quello di incentivare i ragazzi a condividere e raccontarsi in libertà, senza la pressione della preparazione al colloquio con la Commissione.”

Quest’anno, a differenza dell’anno scorso, la produzione di Potrica coinvolge anche la scuola di italiano del centro e la biblioteca del paese. “Per creare ancora più contatto tra gli ospiti e l’esterno abbiamo pensato anche a un progetto con l’Accademia Carrara: l’idea è quella di far lavorare insieme ragazzi e studenti, con un rapporto uno a uno. Speriamo che vada in porto, perché da sempre l’obiettivo di Potrica è quello di unire comunicazione ed educazione”.

ILARIA, insegnante di italiano

“I primi ragazzi sono arrivati qui nell’agosto del 2015”, ci ha raccontato Ilaria, che dal settembre di quell’anno insegna italiano agli ospiti del centro d’accoglienza di Vedeseta, in Val Taleggio. “Erano 36, tutti provienienti dal Bangladesh e sopravvissuti a un naufragio in cui erano morte moltissime persone, soprattutto donne e bambini che si trovavano nella stiva della barca. È vero che nella loro cultura la fatalità è vissuta in modo diverso -Insciallah significa «sia fatta la volontà di Dio»-, però è vero anche che molti ragazzi non hanno voluto parlare dell’accaduto per quasi un anno. Alcuni hanno avuto bisogno di uno psicologo per elaborare quello che avevano provato: soffrivano di incubi e apnee notturne”.

“I primi ragazzi sono arrivati qui nell’agosto 2015: provenivano tutti dal Bangladesh ed erano sopravvissuti a un naufragio.”

Secondo Ilaria, il fatto di essersi ritrovati in un centro d’accoglienza piccolo, e in un posto raccolto come Vedeseta, li ha aiutati molto. “Qui per loro è stato più facile «fare comunità», e hanno potuto affrontare insieme il trauma. Tra Chazudin e Muslam, per esempio, è nata una grande amicizia: durante il naufragio Chazudim è sopravvissuto perché Muslam ha condiviso con lui il giubbotto di salvataggio”. Chiediamo a Ilaria di raccontarci della sua esperienza con gli ospiti. “Non ci sono stati tanti problemi: all’inizio ovviamente i ragazzi hanno avuto un po’ di shock culturale -per loro vedere una donna che guida, fuma e non ha un fidanzato era inconcepibile!”, ride, “Però hanno capito in fretta che qui le abitudini sono diverse”.

ERICA, operatrice

“Prima di lavorare qui ho fatto la cuoca in una scuola, e per tanti anni sono stata assessore al sociale del Comune di Bracca”: Erica ha 52 anni ed è un po’ “la mamma” del centro d’accoglienza di Vedeseta, in Val Taleggio. “O almeno, i ragazzi mi vedono così”, scherza, “D’altronde loro hanno quasi tutti vent’anni”. Ci spiega come funziona il suo lavoro, che consiste nel fare da riferimento legale per gli ospiti del centro: “La prima cosa è spiegare quale è la loro situazione attuale: in pochissimi sanno cosa è un rifugiato e come si fa la richiesta di asilo. E poi bisogna prepararli all’incontro con la Commissione, in cui dovranno sostenere un colloquio e raccontare la loro storia”.
“Come dico a volte anche alle mie figlie, lavorare qui”, ci racconta Erica, “È come un viaggio: per me è stato un arricchimento molto importante. All’inizio mi ero detta «Provo e vedo come va», invece continua a essere una bella esperienza. La cosa che mi ha colpito di più è il modo naturale in cui i ragazzi creano una «rete sociale», una cosa che da noi si è totalmente persa, e andrebbe ricreata”.

“Lavorare qui è come un viaggio: per me è stato un arricchimento molto importante”.

“Loro si aiutano molto, sono come una famiglia allargata: per esempio in Bangladesh quando un ragazzo deve partire tutti i vicini contribuiscono alle spese del «viaggio». Poi chiaramente il fare comunità ha anche dei limiti, perché spesso la comunità è anche qualcosa di chiuso”. Chiediamo a Erica come è stato l’incontro tra due comunità così diverse come quella degli ospiti del centro, in gran parte bengalesi, e quella di Vedeseta, paesino della Val Taleggio.
“Paradossalmente per certi versi sono due comunità molto simili: anche Vedeseta è stato un paese di migranti, quindi gli anziani spesso capiscono la loro situazione meglio dei giovani. E poi anche molti degli ospiti del centro provengono da piccoli paesi, e mentre alcuni cercano «il mondo», cioè la città, altri rimarrebbero volentieri a qui se potessero”.

DANILO, volontario

“Ho sempre fatto volontariato a vari livelli: sono partito dall’Oratorio dell’Immacolata, poi pian piano mi sono occupato del centro culturale S. Bartolomeo e anche adesso sono lettore nella parrocchia di S. Alessandro in Colonna”. Danilo ha 72 anni, è pensionato: dal 2009 dedica parte del suo tempo libero al Fondo Famiglia Lavoro di Caritas. “All’inizio doveva essere un impegno di sei mesi, invece dopo otto anni sono ancora qui”, ride. Poi si fa di nuovo serio: “È un lavoro molto impegnativo: devi mettere in campo la tua esperienza per capire se il problema che viene raccontato è quello reale, oppure ce ne sono altri. Per esempio il ragazzo con cui ho appena parlato era venuto qui perché ha bisogno di soldi per mantenere la moglie e i figli; parlando però è venuto fuori che le sue difficoltà andavano oltre la mancanza di denaro: aveva vissuto per due anni per strada, e così gli ho proposto un percorso di terapia psicologica”.

“Non mi fermo alla parte «burocratica» del lavoro, per me aiutare una persona significa andare in profondità.”

Per Danilo il volontariato è soprattutto ascolto: “Non mi fermo alla parte «burocratica» del lavoro, per me aiutare una persona significa andare in profondità e permettere di condividere i propri problemi, rendendoli così più sopportabili”.
“E andando così a fondo ti è mai capitato di farti coinvolgere «troppo» in qualche situazione?”, chiediamo a Danilo. “In generale”, dice, “avendo sempre fatto volontariato ho imparato che avere una sorta di distacco è necessario per non farsi, per l’appunto, travolgere da alcune storie. Anche se ci sono situazioni in cui questa protezione si abbassa, ad esempio c’è stato un caso di un padre che è finito in carcere e sono stato più volte personalmente a trovarlo, oltre ad aver aiutato la famiglia a tirare avanti. Le storie che vedi passare di qui sono tante, tutte diverse. Alcune sono brutte, altre invece ti sollevano persino il morale, come quella di una bellissima famiglia marocchina in cui il padre e la madre erano così sensibili e attenti al futuro dei loro figli che uscivano di casa per non disturbarli durante lo studio”.

ORESTE, volontario

“Ho lavorato per dieci anni al patronato Acli e per trenta in banca, ma senza smettere di fare volontariato al patronato. E poi sono sempre stato impegnato nelle circoscrizioni in Città Alta: quando hanno problemi fiscali o previdenziali ancora oggi le persone vengono da me”, ci ha raccontato Oreste, che ha 67 anni e in Caritas gestisce come volontario il servizio di microcredito e si occupa del Fondo Famiglia Lavoro. “Tutto è cominciato quando sono andato in pensione. Mi è stato chiesto se volevo cominciare a gestire il microcredito, prestiti di 2500-3000 euro per obiettivi specifici. Ho detto di sì. Il Fondo Famiglia Lavoro è arrivato più tardi, nel 2009, per aiutare le famiglie che hanno subito licenziamenti, ma anche gli artigiani e i liberi professionisti che hanno dovuto chiudere l’attività. L’ultima persona che abbiamo aiutato è stato un geometra che non riusciva più a lavorare e pian piano ha esaurito i risparmi che aveva da parte, una «persona rispettabile» che come tante è stata colpita duramente dalla crisi”.

“L’ultima persona che abbiamo aiutato è stato un geometra che non riusciva più a lavorare e pian piano ha esaurito i risparmi che aveva da parte.”

In più di dieci anni, Oreste ha visto sedersi alla sua scrivania centinaia di persone in difficoltà. “All’inizio il 70% erano italiani, dopo la crisi la situazione si è invertita. E ultimamente le pratiche sono molto diminuite. Non perché non ci sia bisogno, ma perché le persone che arrivano sono «disastrate»: non hanno proprio la possibilità di ripagare il loro debito. Vengono anche 60-70 enni, ma la fascia più debole sono gli extracomunitari, perché gli italiani prima di «cadere» a venire in Caritas si rivolgono alla famiglia”.

“Quando guardo i giovani, penso che dovranno inventarsi altri modi di lavorare.”

Oreste non crede che la crisi abbia una soluzione: “C’è da sperare che venga in qualche modo «bloccata», ora qualcosa si sta muovendo, per esempio l’emorragia delle fabbriche si è fermata. Ma quando guardo i giovani, penso che dovranno inventarsi altri modi di lavorare. Purtroppo per le persone «timide», poco intraprendenti, la vedo dura. Non che le difficoltà una volta non ci fossero: io a 15 anni ho dovuto iniziare a lavorare perché il negozio di tessuti di mio padre aveva chiuso. Per fortuna poi ho ripreso a studiare ragioneria al serale, al Vittorio Emanuele. Tutto merito di una buona persona che mi ha spronato, e a cui devo molto. Se ho sempre fatto il volontario è anche perché ho capito che ricevere un aiuto, a volte anche solo un incoraggiamento, è fondamentale. E poi credo in quello che faccio, è il mio modo di vivere il Cristianesimo e di testimoniare la mia fede”.

INCONTRACRE, quattro laboratori per scoprire l’altra faccia della Terra

Alcuni ragazzi del Cre di Dalmine nella “stanza dell’aria”

“Oggi pomeriggio vogliamo riflettere insieme sul ruolo che tutti abbiamo nel mondo, anche voi ragazzi. Anzi, in un certo senso la vostra responsabilità è ancora più grande perché il futuro del pianeta dipende soprattutto dalle vostre scelte”, spiega Dalila, una delle organizzatrici dei laboratori IncontraCre di quest’anno. Siamo al Patronato San Vincenzo, dove quattro stanze sono state allestite per raccontare ai Cre della bergamasca “l’altra faccia della terra”. Questo pomeriggio i ragazzi sono un centinaio, arrivano da Dalmine: “Siamo venuti in bicicletta, ci ha scortati la polizia, un po’ di piste ciclabili ci sono ma i tratti di strada non sono molto belli”.
Ognuno di loro ha un badge colorato in base alla fascia d’età: a turno ciascun gruppo visiterà le quattro stanze, per conoscere quattro elementi (acqua, fuoco, aria, terra), ma anche quattro continenti e il rapporto delle loro popolazioni con il pianeta.

Dalila

Entriamo con i ragazzi più giovani, che frequentano la scuola media, nell’aula dedicata al primo elemento, l’acqua. Il pavimento, rivestito di tessuto azzurro, è diventato un mare in cui galleggiano quattro isole di cartapesta. “Il continente di cui parleremo qui è l’Oceania”, dice Mara, “dove si trova la Polinesia, un arcipelago circondato dall’oceano Pacifico. Già tremila anni fa gli abitanti del posto si spostavano usando delle piccole imbarcazioni, su cui caricavano dei maiali. Quando erano in mezzo all’oceano li mettevano in acqua e siccome i maiali hanno un olfatto sviluppatissimo iniziavano a nuotare verso l’isola più vicina; così i navigatori capivano da che parte dovevano andare. Ora giocheremo anche noi a fare come loro. Senza maiali però!”.

Per produrre 1 kg di carne servono ben 15.000 litri d’acqua.

Dopo un primo momento un po’ caotico i ragazzi, divisi in quattro gruppi, iniziano a raggiungere le isole, dove devono pescare dei pesciolini di plastica, camminando su dei piccoli tappetini. Qualcuno tenta di barare (“Cammino sulle acque” è la giustificazione). Alla fine non è chiaro chi ha vinto ma poco importa, tutti si sono divertiti. Si torna seduti e Mara mostra alcune immagini che raccontano con grande semplicità quanto è preziosa l’acqua: per produrre 1 kg di carne, ad esempio, ne servono ben 15.000 litri, quanto basta per fare 250 bagni; per 1 kg di cioccolato serve un’intera piscina; per 1 kg di pomodori invece bastano 214 litri. “Come si può risparmiare acqua?”, chiede Mara. “Stando meno sotto la doccia”, “Bevendo meno”. “Facendo manutenzione degli impianti”, dice un ragazzo informatissimo. C’è ancora qualche minuto per discutere poi si passa a un’altra stanza. E a un altro elemento.

Mara prepara la stanza dell’acqua

Il fuoco, di cartapesta, è al centro della stanza. I ragazzi si siedono intorno. Ed Elena inizia a raccontare: “Gli indiani d’America prendevano il proprio nome da sogni o avvenimenti significativi: ad esempio Cavallo Pazzo si chiamava così perché la notte in cui nacque un cavallo imbizzarrito attraversò il campo indiano. Per loro il nome non era solo come ti chiamavi: rappresentava l’essenza della persona, che nella vita faceva di tutto per rispecchiarla”.

“Cavallo Pazzo si chiamava così perché la notte in cui nacque un cavallo imbizzarrito attraversò il campo indiano.”

Ad ogni ragazzo viene chiesto di scegliere il proprio “nome indiano”: così Alejandro diventa “Lupo che caccia”, Giada “Scoiattolo volante”, Francesco “Donnola ardente”. Lucia sceglie il nome “Confusa come la nebbia”, “Perché sono sempre confusa, anche a scuola prima non capisco poi chiedo le cose e allora capisco”. Il fuoco diventa, infine, un luogo di condivisione e discussione sul tema dell’energia. Ma il tempo passa veloce e arriva il momento di esplorare il terzo elemento: la terra.

Una discussione intorno al fuoco

L’argomento trattato è più attuale e drammatico: lo sfruttamento minerario e petrolifero dell’Africa, ancora oggi fulcro di conflitti e crisi economiche e sociali. I ragazzi, adolescenti, ascoltano con interesse Dalila, che spiega che esistono due tipi di miniere sul territorio africano, quelle all’aperto e quelle sotterranee, in cui spesso vengono impiegati bambini perché più piccoli e agili nel muoversi all’interno degli strettissimi tunnel. Una piccola galleria è stata ricostruita, in cartapesta, al centro della stanza. Qui il “gioco” consiste nel raccogliere e setacciare sabbia contenente palline colorate che rappresentano oro, petrolio, diamanti e coltan. “Questo materiale”, racconta Dalila dopo che i ragazzi si sono tolti i camici da minatori, “viene utilizzato negli smartphone e nei computer che, spesso, sostituiamo o buttiamo senza pensare alle condizioni terribili delle persone che lo raccolgono. I costi per produrre un iPhone infatti sono molto più bassi del suo prezzo di vendita, eppure quel surplus non finisce mai nelle mani dei raccoglitori di coltan, che lavorano in condizioni spesso disperate”.

La piccola miniera in cartapesta ricreata nella stanza della terra

Sono le cinque quando entriamo nell’ultima stanza, quella dell’aria, e dell’Asia: “Un continente”, racconta Serena, “dove megalopoli inquinatissime convivono con luoghi di altissima ricerca spirituale come il Tibet o il Nepal. Se ci pensate l’aria è sempre stata collegata allo spirito, in quasi tutte le religioni”. Questa volta i giochi vengono lasciati da parte e, seduti in cerchio, si discute del motivo per cui il camminare è, spesso, un’azione che porta pace. “Perché rilassa”, dice una ragazza. “Perché avere un obiettivo da raggiungere dà un senso alla vita, e quindi porta pace”, dice un ragazzo. Serena conclude la riflessione citando la frase di un monaco zen, che ha detto che “La pace è ogni passo, perché ogni volta che entri in contatto con la terra le trasmetti la tua intenzione, che lei restituisce. Per questo finché trattiamo male la terra non avremo mai pace”.

IncontraCre è un progetto di Caritas, Ufficio Migranti, Centro Missionario Diocesano, Ufficio Pastorale Sociale e Lavoro e Ufficio Pastorale Età Evolutiva.

ALESSANDRA, volontaria internazionale

Alessandra ha 25 anni e il 3 agosto partirà per la Grecia. Non per una vacanza, ma per un viaggio di Giovani per il Mondo, progetto di Caritas che permette a ragazzi e ragazze di esplorare luoghi dove sono in corso emergenze umanitarie. “Noi saremo ospiti della Neos Kosmos Social House, ad Atene. So che faremo delle visite nei campi profughi della città e che affiancheremo un’unità di strada che distribuisce cibo e bevande ai cittadini greci in difficoltà.

“Vorrei vivere giorno per giorno tutto quello che vedrò e proverò.”

Ovviamente abbiamo fatto degli incontri di preparazione, per conoscerci e prepararci ad alcune situazioni che potremmo incontrare”. “Cosa ti aspetti da questo viaggio?”. “Può sembrare strano ma non voglio aspettarmi niente: vorrei arrivare là libera da preconcetti e vivere giorno per giorno tutto quello che vedrò e proverò. So che sarà un’esperienza forte, proprio per questo voglio vivere tutto là e non pensarci già adesso”.

MARTINA, volonaria internazionale

“Il 24 luglio partirò per la seconda volta per Calais”, ci ha raccontato Martina, che ha 22 anni e ha aderito al progetto di Caritas Giovani per il Mondo, che permette a ragazzi e ragazze di esplorare luoghi dove sono in corso emergenze umanitarie (quest’anno saranno ben 117 le persone a partire, per 8 mete differenti in Europa e Italia). “L’anno scorso il viaggio era diviso in tappe. Ricordo bene questa donna incontrata a Tarvisio, paese di confine con l’Austria, che in stazione portava thermos con pasta e sugo per i profughi nascosti sotto il treno. Faceva molto freddo e queste persone non ricevevano nessun «aiuto ufficiale», solo il suo”.

“Ricordo bene questa donna che in stazione portava thermos con pasta e sugo per i profughi nascosti sotto il treno.”

Quest’anno Martina e gli altri ragazzi raggiungeranno direttamente Calais. “So che l’operatore di Secours Catholique che ci accompagnerà sarà lo stesso dell’anno scorso: avremo la possibilità di andare più a fondo nella conoscenza di quel luogo e delle persone che ci vivono”.
Nella foto, Martina si trova alla Triennale di Milano. “Siamo venuti qui per visitare la mostra «La terra inquieta». Mi è piaciuta molto perché non aveva lo scopo di «sensibilizzare» con immagini di persone disperate, ma soprattutto di far riflettere. Ad esempio la scritta America al contrario mi ha fatto pensare che non esistono sogni senza lati oscuri. Mi ha ricordato alcuni profughi incontrati a Calais che ci avevamo raccontato di essere convinti che l’Europa fosse quasi una terra promessa, che invece poi s’è rivelata essere una specie di trappola”.

MUSLAM

“Sono qui da due anni”, ci dice Muslam. Siamo nella stanza che condivide con altre tre persone, nel centro d’accoglienza di Vedeseta. Due anni in un piccolo paese della Val Taleggio devono sembrare un tempo lunghissimo, soprattutto a un ragazzo di 21 anni arrivato dal Bangladesh. “Sto cercando un amico, ora che Chazudim se n’è andato”. Chazudim è un altro ragazzo bengalese: lui e Muslam non si conoscevano prima del giorno in cui la barca su cui si trovavano è affondata. Molte persone sono morte, ma loro no. Muslam aveva un giubbotto di salvataggio e l’ha condiviso con Chazudim: la loro amicizia è nata così, in mezzo al mare.

Muslam aveva un giubbotto di salvataggio e l’ha condiviso con Chazudim: la loro amicizia è nata così, in mezzo al mare.

Chiediamo a Muslam com’era la sua vita in Bangladesh: “Sono andato a scuola per cinque anni, poi mio papà è morto e ho dovuto iniziare a vendere frutta per strada. Ho due fratelli, uno è rimasto in Bangladesh, l’altro è dovuto scappare in Arabia Saudita: era innamorato di una ragazza con cui non poteva stare perché lei è la figlia di un militare, una persona molto potente, che non accettava la loro relazione. So che mio fratello le scrive ancora su Facebook. Io gli ho detto di smettere, però penso che non mi abbia ascoltato”.

ANIMARE LA PAUSA, laboratorio di grafica e integrazione

Giacomo, addetto allo “scontornamento” delle foto

È un caldo pomeriggio di metà maggio. Nel laboratorio di grafica che si trova nel seminterrato dell’Istituto Caniana di Bergamo si sta realizzando un piccolo esperimento sociale: l’istituto, dove si insegnano grafica e moda, è stato scelto tra i capofila, a livello nazionale, di un nuovo progetto di “service learning” (in collaborazione con Caritas Bergamasca e Cooperativa Ruah), un mix di didattica e servizio sociale. Oggi gli studenti della 3BT (la “T” sta per “Tecnico”) lavoreranno fianco a fianco con alcuni richiedenti asilo ospiti dei centri di accoglienza di Bergamo.
Cognomi lombardi e cognomi del West Africa si mescolano nell’appello all’inizio della lezione: “Fadiga, lavori con Cornolti e Bara”, “Power, lavori con Ferron”, “Toure lavori con Belati e Poli”. Dopo i cognomi, sono gli sguardi e le mani a mescolarsi, per la prima volta.

La 3BT in laboratorio

“Io mi chiamo Sofia Grisa”, spiega l’insegnante di grafica, “Durante questi quattro pomeriggi progetterete un album di fotografia nel quale deciderete insieme cosa volete mettere. L’album è diviso in tre sezioni: passato, in cui potete mettere qualcosa sulla vostra nazione, presente, in cui potete raccontare quello che fate ora, e futuro, dedicata ai vostri progetti e sogni”.

Immagini di luoghi, persone, bandiere sugli schermi dei pc sono il primo campo di contatto tra gli studenti dell’istituto e i richiedenti asilo.

I ragazzi si mettono subito al lavoro. Quasi tutti partono con una ricerca su Google immagini, la più semplice, il nome del paese da cui proviene il loro “nuovo compagno”: “Nigeria”, “Ghana”, “Guinea Conakry”, “Gambia”, “Pakistan”. Immagini di luoghi, persone, bandiere sugli schermi dei pc sono il primo campo di contatto tra gli studenti dell’istituto e i richiedenti asilo. “Cosa facevi nel tuo paese?”, “Perché sei venuto in Italia?”. “Da piccolo mio padre aveva tanti animali, lo aiutavo a portarle in giro e farle pascolare. Come lavoro facevo il contadino poi a 17 anni ho iniziato a fare il fotografo per i matrimoni in Guinea”. “Sono arrivato in Italia dalla Nigeria nel 2015 e una volta arrivato a Bergamo ho fatto un corso per imparare la lingua A1 e A2”. “Da quando sono piccolo soffro di problemi al cuore e alla respirazione, sono venuto in Italia per curarmi”.

Thomas e Mohamed

Il tempo passa e le rigidità si sciolgono rapidamente: l’atmosfera in laboratorio è rilassata, le chiacchiere e le ricerche su Google diventano molto più libere. Un gruppo di studenti parla con Henry, nigeriano, che è cantante e racconta dei pitoni che gli è capitato di vedere in vita sua. “Li hai trovati anche in casa?”, gli chiede un ragazzo. “No, not in the house!”. Risate.
“Sono contenta, il mio intento è proprio questo”, racconta Sofia, “Vedere i ragazzi che interagiscono e conoscono nuove realtà, a modo loro. Lo scopo didattico è stato un po’ il pretesto per creare questo tipo di comunicazione, un rapporto uno a uno, alla pari”.
Arriva il momento di fare una pausa nel giardino della scuola.

Henry con alcuni studenti della 3BT

All’ombra dei container che ospitano una scuola di sci (anche estiva), un capannello di ragazzi circonda Henry. Gli chiedono di sentire le sue canzoni. In una sorta di Spotify dal vivo si passa poi a quelle di rapper italiani come Capo Plaza, Tedua, Ghali, portavoce di un mondo mix e colorato.

Alcuni richiedenti parlano di Londra con delle ragazze che ci sono state, “Bella Londra, anch’io vorrei andarci”, dice uno di loro.

L’intervallo dovrebbe durare un quarto d’ora ma il dialogo è così rilassato (e fuori si sta così bene) che a Sofia spiace interrompere il flusso: alcuni richiedenti parlano di Londra con delle ragazze che ci sono state, “Bella Londra, anch’io vorrei andarci”, dice uno di loro. Lei ha preso un volo Ryanair, per lui l’unico modo sarebbe saltare su un camion a Calais e sperare di riuscire ad arrivare di là, vivo.

GIOVANNA, volontaria internazionale

“Siamo partiti per Atene in quattro: io, altri due ragazzi e Aldo, che guidava il nostro gruppo”, ci ha raccontato Giovanna, che nell’agosto del 2016 ha partecipato come volontaria al programma Giovani per il mondo. “Abbiamo lavorato principalmente presso la Neos Kosmos Social House, un progetto di housing sociale che si trova nel quartiere di Neos Kosmos. Eravamo in una zona abbastanza centrale della città, ma c’erano ovunque situazioni di povertà e degrado estremo. Per vederle bastava fare pochi metri fuori dalla via turistica della città”.
Alla Neos Kosmos Social House Giovanna e gli altri ragazzi hanno passato il loro tempo soprattutto con i bambini: “C’era una famiglia siriana con tredici figli, occupavano quasi tutto lo stabile. La loro storia mi ha colpito molto, perché il padre, che era già arrivato in Germania, è tornato in Siria per portare via anche il resto della famiglia. Solo che sono rimasti bloccati in Grecia. E ancora oggi si trovano lì”. Il viaggio di Giovanna è stato breve, “Dieci giorni: all’inizio anch’io pensavo che in così poco tempo non si riuscisse a fare praticamente nulla. Invece nel nostro piccolo siamo riusciti a dare una mano: abbiamo visitato due campi profughi, Skaramangas, che si trova in città ed è abbastanza organizzato, ed Elleniko, un accampamento di migliaia di persone nell’ex aeroporto di Atene. Lì abbiamo portato alcuni beni di prima necessità per chi ha figli molto piccoli, come salviettine e borotalco. Appena arrivati siamo stati letteralmente circondati da bambini. È stato molto emozionante, ma anche impressionante, perché in quel campo mancava davvero tutto.

“Mi sono resa conto che quello che è accaduto in Grecia poteva succedere anche a noi, ma per fortuna così non è stato.”

E poi abbiamo anche fatto del volontariato per i cittadini greci colpiti dalla crisi: nel quartiere di Omonia c’è un’associazione che si chiama Shedia -vuol dire «zattera»- che produce una rivista che viene venduta dai senzatetto, che tengono la metà del ricavato. Omonia è un quartiere molto duro: ci vivono tossici, prostitute, e gira la krokodil, una droga pesantissima e purtroppo molto economica ricavata dalle batterie”.
Il ritorno a casa per Giovanna “è stato, in un certo senso, un sollievo, perché mi sono resa conto che quello che è accaduto in Grecia poteva succedere anche a noi, ma per fortuna così non è stato. È vero che anche qui la crisi ha fatto molti danni, ma non m’è mai capitato di vedere una grande città ridotta così. E poi mi è piaciuto lo stile Caritas: anche a me che non vado in chiesa il messaggio di solidarietà, di incontro con l’altro per abbattere i pregiudizi, è risuonato molto, l’ho trovato davvero universale. Ho trovato belli anche i momenti di preghiera, che personalmente ho vissuto come occasioni di riflessione”.

RAFFAELE, chef

“Oggi prepariamo le crespelle con ricotta e spinaci, la pasta con le lenticchie, la guancia brasata con patate e poi un dolce, il crème caramel”, ci spiega Raffaele Auriemma, chef e insegnante dell’Azienda Bergamasca Formazione. Raffaele è stato contattato tre anni fa dalla Cooperativa Ruah (che per Caritas Bergamasca gestisce i centri di accoglienza della bergamasca e le attività che coinvolgono i richiedenti asilo) per ideare un corso di cucina per gli ospiti di alcuni centri di accoglienza di Bergamo.
“Mi hanno chiesto di studiare un menù multietnico e che non contenesse carne di maiale: così mi sono inventato il tacchino tonnato, perché di solito il vitello tonnato, anche se si chiama così, è fatto col maiale”.
Il corso prevede sei lezioni da cinque ore: i ragazzi vengono divisi in quattro gruppi che si occupano di cucinare (primi piatti asciutti, zuppe, carne e patate, desser e contorno) o di lavare i piatti (“Chi fa il lavaggio però ha il privilegio di mangiare, alla fine della giornata, al tavolo, seduto e apparecchiato”).

“Mi sono inventato il tacchino tonnato, perché di solito il vitello tonnato, anche se si chiama così, è fatto col maiale.”

“Le prime lezioni sono sempre le più complicate, perché bisogna spiegare ai ragazzi tante cose”, racconta Raffaele, “Ad esempio come tenere in ordine e pulita la cucina e le norme di sicurezza, sembra una banalità ma quando si lavora in cucina lavarsi le mani è fondamentale, e bisogna farlo in un certo modo, strofinandosi anche le unghie e l’interno delle dita”.
Man mano che si va avanti “tutto diventa molto più semplice: i ragazzi imparano in fretta. E io con loro mi son trovato sempre in sintonia. Sarà anche perché ho girato tanto, per lavoro: sono stato in Africa, Asia… pensa che il mio primo figlio è nato a Saigon”.

LARA, volontaria internazionale

“Siamo partiti da qui in pulmino: eravamo io, altre due ragazze, Roberta, la coordinatrice, poi don Alessandro e don Enrico. Nelle settimane precedenti avevamo fatto una serie di incontri di formazione per «fare gruppo» e anche per conoscere l’approccio di Caritas, che è basato soprattutto sull’ascolto e la comprensione degli altri”. Lara ha 25 anni e nel 2016 ha partecipato al progetto Giovani per il mondo: dieci giorni di viaggio per esplorare, in prima persona, le rotte dei migranti.
“La prima tappa è stata Gorizia, una città che ha vissuto sulla propria pelle il dramma della migrazione forzata. Lì ci ha ospitati don Alberto, un personaggio molto forte, e abbiamo incontrato diversi migranti e una storica. Abbiamo ascoltato storie presenti e passate. Poi, siamo partiti per Stoccarda e da lì a Calais, la tappa finale del viaggio”.

“Noi dobbiamo programmare, avere un obiettivo sempre più alto, mentre in quel campo ho trovato gente semplice, che ti apre la porta di «casa» senza nessun problema.”

Alla periferia di Calais, città visitata da oltre 10 milioni di turisti l’anno, si trovava, fino a pochi mesi fa, uno dei più grandi accampamenti di migranti in Europa, circa 7000 persone.
“Mi ero preparata leggendo diverse cose su Calais, ma l’impatto è stato molto più forte del previsto. Il nostro gruppo è entrato nel campo la mattina del secondo giorno, accompagnato da Miriam, una ragazza di origine tunisina che fa parte di Secours Catholique. Siamo stati ospitati nella tenda di un ragazzo iraniano, poi ci hanno raggiunti anche altri ragazzi. Ne ricordo bene uno, giovanissimo, che ci ha detto di avere il morale sotto zero perché la sera prima aveva provato, senza riuscirci, ad arrivare in Inghilterra. I ragazzi poi hanno chiamato «il vecchio» di quella zona del campo e ci hanno fatto da mangiare. Devo dire che è stato strano: quel giorno anche se era luglio faceva molto freddo, c’era vento, noi eravamo ben coperti e molti di loro in ciabatte o infradito, eppure ho avuto la sensazione di essere io la persona accolta. Quando sono uscita dal campo ho avuto bisogno di stare da sola per rielaborare quello che avevo vissuto”.
Lara ci racconta di un altro campo, vicino alla città di Dunkerque, dove una ragazza incinta aveva cercato fino all’ottavo mese di raggiungere l’Inghilterra, e di una notte in cui ha visto decine di ragazzi cercare di saltare su un camion per oltrepassare il confine.
“Vedere queste cose, e conoscere le storie di persone che da anni vivono in condizioni durissime eppure con una fiammella di speranza sempre accesa, mi ha aiutato a ridimensionare anche alcuni aspetti della mia vita. Noi dobbiamo programmare, avere un obiettivo sempre più alto, mentre in quel campo ho trovato gente semplice, che ti apre la porta di «casa» senza nessun problema. La tensione trasmessa dai media è svanita in un attimo: ci hanno chiesto semplicemente come ci chiamiamo, che lavoro facciamo, abbiamo fatto discorsi molto normali”.

TRALALTRO, un piccolo viaggio nel mondo della diversità

La 3A della scuola primaria “Ghisleri”

“Il primo laboratorio è stato settimana scorsa”, ci spiega Eleonora, maestra della 3B della scuola primaria “Ghisleri”, “il tema era il viaggio: ogni bambino ha pensato e disegnato quello dei suoi sogni”. I disegni sono appesi nel corridoio al primo piano della scuola: c’è la “Torre Eifer” di Viola, il missile su cui stanno per partire Paola e Maroua, e poi c’è il disegno di K., “Che si vede che è un po’ diverso dagli altri: per esempio è l’unico in cui c’è una pistola”.
H. è un bambino siriano, lui e i suoi genitori ora vivono a Bergamo.

“Il disegno di K. è un po’ diverso dagli altri: per esempio è l’unico in cui c’è una pistola.”

“È stato interessante: i bambini hanno potuto confrontare le immagini del loro viaggio con quelle di chi è stato costretto a partire, sia da nazioni in guerra che da luoghi molto più vicini, come il centro Italia in cui molte famiglie hanno dovuto abbandonare i loro paesi dopo il terremoto”.
Mentre chiacchieriamo in corridoio, in 3A si sta tenendo la seconda sessione dei laboratori.

Il disegno di K.

Questa volta il viaggio lo si prepara davvero, partendo dalle valigie: due scatole di cartone con degli spaghi come maniglie.
Roberta, che insieme a Laura guida i bambini nella preparazione, spiega come funziona: “Per prima cosa ci si divide in due gruppi. Ogni gruppo ha un caposquadra, che sceglie un oggetto che può essere messo nella valigia. Per ogni oggetto i bambini del gruppo dovranno votare se metterlo oppure no, perché nella valigia c’è spazio solo per dieci oggetti. Dovete tenere conto di tre cose importanti: il viaggio sarà molto lungo, sarà faticoso e probabilmente non tornerete, quindi bisogna portare anche cose che possano essere utili per stabilirsi in un nuovo luogo”.
I banchi si muovono rapidamente (e chiassosamente), fino a formare due isole nella classe. I capigruppo saranno Giovanni e Fouad. Da ogni oggetto nascono discussioni rumorose: alcune scelte sono facili (nel primo gruppo solo una bambina vota per mettere nella valigia una Playstation), altre più complicate (lo spazzolino è fondamentale? Secondo alcuni bambini sì, secondo altri ci sono cose più importanti, come le medicine, l’acqua, una torcia, i soldi…).

Il gruppo due, capitanato da Giovanni

Alla fine, ogni gruppo deve motivare le sue scelte: “Perché il passaporto?”, “Per salire in aereo”, “Le medicine?”, “Perché se no non ci si può curare”, “La torcia?”, “Per non andare a sbattere”, “Per vedere”, “I vestiti?”, “Perché se un animale ci strappa i vestiti possiamo prenderne degli altri”, “Il cibo?”, “Perché altrimenti si muore”. “Ma lo sapete quanto tempo si può stare senza mangiare?”, “Due giorni!”, “No, due ore!”, risate.
Le valigie sono pronte.

“Ero in aereo da sola dalla Bolivia stavo mangiando mi è rimasta una cosa in gola e una bambina mi ha dato una botta sulla schiena.”

Dopo gli oggetti da portare con sé, arriva il momento di scegliere le persone. Le mani si alzano, la prima scelta della maggior parte dei bambini sono la mamma e il papà, “perché se stiamo male sanno quanto sciroppo dobbiamo prendere”, “perché mica che possiamo guidare noi se no andiamo a sbattere la testa”, “perché possono difenderci”. “E se doveste partire senza di loro con chi vorreste partire?”, chiede Roberta. “Con tutta la terza A!”, dice Giovanni.

I due gruppi al lavoro, in 3A (e al centro Roberta)

I bambini vengono invitati a raccontare un episodio in cui si sono trovati in difficoltà e un amico li ha aiutati.
“L’Eleonora eravamo sulla montagna c’era una salita e mi ha aiutato”.
“Un amico Diego sono stato male al mare e mi ha portato dai genitori”.
“Ero in aereo da sola dalla Bolivia stavo mangiando mi è rimasta una cosa in gola e una bambina mi ha dato una botta sulla schiena”.
Famiglia, amici, e ricordi (che, come dice la maestra Mary, “al contrario dei disegni non possono sbiadirsi”) sono le tre “carte” che i bambini dovranno conquistare facendo tre giochi: il primo consiste nell’imparare a memoria il nome di un membro della famiglia di ciascun bambino del gruppo, il secondo nel riuscire a contare fino a cinque senza dire insieme lo stesso numero (gioco difficilissimo per cui bisogna capirsi cercando gli sguardi dei compagni di gruppo), il terzo nel ricordare come si cucina una cotoletta (“Ma surgelata?”, chiede una bambina della 3B).
Sono quasi le quattro e mezza. Le valigie sono pronte. La prossima volta si parlerà di diversità, proprio a partire dal cibo: Roberta chiede ai bambini di origine straniera di portare una ricetta tipica del proprio paese.
La campanella suona.

MARTA, volontaria di servizio civile

“Ho sempre frequentato l’oratorio di Borgo Santa Caterina, lì vedevo spesso i ragazzi che facevano il servizio civile, un’esperienza che volevo fare anch’io. Così sono venuta in Caritas e mi sono iscritta”.
Marta ha 21 anni e da ottobre sta lavorando nel “suo” oratorio, lo stesso dove ha passato molti pomeriggi negli ultimi anni.

“Non avevo mai visto così tanti adulti fragili.”

“È strano, perché ora vedo realtà e difficoltà del mio quartiere che pensavo non esistessero. Ad esempio, non pensavo che ci fossero così tante persone con problemi economici, o di separazioni. In generale, non avevo mai visto così tanti adulti fragili. Ho scoperto che le persone che hanno bisogno trovano nell’oratorio un luogo sicuro, protetto, dove poter lavorare come volontari. Parte del tempo lo passo con loro, e poi sto spesso con i ragazzi, noi che facciamo il servizio civile siamo diventati un po’ i loro confidenti. Aiutiamo anche i bamini a fare i compiti, specialmente i figli di stranieri che vengono in oratorio per avere un aiuto che a casa non possono avere per ovvi problemi legati alla lingua”.
Chiediamo a Marta come sta vivendo quest’esperienza. “All’inizio mi era stato detto che sarebbe stato un anno di crescita, e in effetti la sto vivendo proprio così”.