“Qui ci sono i libri italiani, qui quelli di autori stranieri, di tutte le nazioni: russi, inglesi, spagnoli, francesi. Abbiamo anche una sezione con libri in lingua inglese e francese, purtroppo non molti. Per averli in prestito basta lasciare il proprio nome”, spiega Osvalda, volontaria e “animatrice culturale” della Val Taleggio (ha collaborato, tra le altre cose, alla realizzazione di due bellissimi libri sulla storia della valle e dei suoi abitanti curati dallo storico Arrigo Arrigoni, scomparso nel 2009). Siamo nella biblioteca di Vedeseta, paesino di 200 abitanti incastonato tra le montagne, forse la prima visitata nella propria vita da Muslam, Naveed, Josef, Scouqat, Charles, Mamadou e da altri ragazzi (e uomini) provenienti principalmente dal Bangladesh, e poi dal Ghana, dal Senegal, dal Pakistan.

Un richiedente asilo esplora gli scaffali della biblioteca di Vedeseta

La visita in biblioteca fa parte di un progetto che ha un nome strano: Potrica. Non è un termine della Val Taleggio ma la parola “rivista” in bangla: i richiedenti asilo residenti a Vedeseta, infatti, per il secondo anno produrranno un “numero speciale” di una fanzine (che porta lo stesso nome, Potrica) che verrà distribuita in paese e anche a Bergamo. Il lavoro è coordinato da Pietro, un volontario di San Pellegrino che ha ideato e proposto il progetto, e da Ilaria, maestra della scuola di italiano. Tra i temi principali di questo secondo numero ci saranno il lavoro e le tradizioni: quelli dei paesi di origine dei ragazzi e anche quelli della valle che li ospita.

Siamo nella biblioteca di Vedeseta, forse la prima visitata nella propria vita da Muslam, Naveed, Josef, Scouqat, Charles, Mamadou

“Ma non solo: infatti”, spiega Pietro, “l’approccio seguito è di tipo «non direttivo», dunque il magazine che ne verrà fuori sarà un prodotto molto libero e aperto a qualsiasi idea. Lo scopo principale è permettere ai ragazzi di esprimersi e comunicare se stessi ai propri «compagni» e all’esterno. E poi c’è anche un aspetto educativo -anche l’incontro di stamattina va in questa direzione- e non ultimo il desiderio di produrre qualcosa che resti, una testimonianza di questa esperienza che per noi è molto significativa”.

Il primo numero di Potrica

I due gruppi che oggi partecipano al lavoro sono costituiti da studenti della scuola di italiano di livello A1 e Alf4, dunque già abbastanza preparati, ma probabilmente alcune parole utilizzate da Osvalda gli sfuggono. Quello che probabilmente non gli sfugge è l’entusiasmo con cui questa signora dedica il suo tempo a introdurli al mondo della biblioteca, costruita con cura e ordine certosini nel corso degli anni. Alcuni di loro iniziano a girare tra gli scaffali e guardare i libri: Muslam è attratto dal titolo “Ero in guerra ma non lo sapevo” (scritto da uno dei figli di Pier Luigi Torregiani, ucciso a Milano durante gli anni di piombo), Naveed decide di prendere in prestito “Il mio primo dizionario illustrato”.

Naveed con “Il mio primo dizionario illustrato”

Usciti dalla biblioteca, si va al piano di sotto, nella Sala Consiliare: al suo interno ci sono quadri di autori bergamaschi (Cremaschi, Bonfanti ed altri) e un ritratto del primo sindaco di Vedeseta, Giuseppe Arrigoni (il cognome è molto comune in paese: anche il sindaco attuale si chiama Arrigoni). “Era il proprietario della casa dove state voi adesso”, dice Osvalda. Abbiamo qualche minuto per curiosare, prima di passare alla “lezione” vera e propria: i richiedenti asilo prendono appunti mentre Osvalda, aiutata da Pietro che fa scorrere le slide, racconta il passato recente della Val Taleggio.

Osvalda racconta la storia di Vedeseta

Si parte dai lavori (il mandriano, “era il più importante lavoro della valle, che è famosa per i suoi formaggi, les fromages, tu comprend?”, il boscaiolo, i lavori di casa), per poi passare agli attrezzi e utensili tradizionali e, infine, alle storie degli abitanti.

“I nostri emigrati potevano prendere un biglietto e viaggiare regolarmente.”

“Questa era, ed è tuttora, una terra di migrazione”. Scorrono foto di famiglie di Vedeseta emigrate in Francia, in Canada, in Brasile. C’è anche l’immagine di un transatlantico, “La Provence”, partito da Le Havre agli inizi del ‘900: “I nostri emigrati potevano prendere un biglietto e viaggiare regolarmente, a patto che in tasca avessero il corrispettivo di circa 50 euro di oggi, perché quando arrivavano a Ellis Island dovevano dimostrare di potersi mantenere almeno per un po’ di giorni”.